C’è stato un tempo fatto di vinili, cassette e CD in cui il consumo della musica rispettava abitudini ad oggi sconosciute ai nativi digitali. I progressi della tecnologia hanno finito con il cambiare anche la “dieta” musicale delle persone, che accedono sempre più facilmente a playlist cucite su misura, in qualsiasi momento, su qualsiasi device.

Una canzone per ogni stato emotivo

Spotify ha elaborato un brevetto che potrebbe consentire alla piattaforma di streaming di utilizzare l’interpretazione del parlato per determinare lo stato emotivo, il sesso, l’età, l’ambiente sociale o l’accento degli ascoltatori. I dati consentirebbero all’app Spotify di fornire consigli in tempo reale in base all’umore e alla posizione dei propri abbonati.

Ad aiutare nello sviluppo di questa soluzione, è stato anche un recente studio che ha rivelato i collegamenti tra i tratti della nostra personalità e le preferenze musicali.

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Spotify come Netflix

È una sfida ormai comune a tutti i grandi marchi quella di restituire ai clienti prodotti iper-personalizzati. L’idea è che i dati creati aiuteranno a prevedere il comportamento e gli intenti futuri in modo che possano essere anticipati i desideri dei clienti, nello stesso modo in cui Netflix fa sì che i loro spettatori guardino un episodio in più. 

 Monitorare gli  schemi vocali, il rumore ambientale e persino i tratti della personalità significa che la piattaforma ascolterà “sempre” solo per generare automaticamente una nuova playlist.      

Per quanto affascinante potrà sembrare, rimane un dilemma da sciogliere: barattare la privacy commerciale in nome della convenienza sarà percepita come un buon affare da tutti?

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