A cura di Alessandro Pendenza

Che il gigante cinese si sia svegliato è un fatto che la letteratura di settore dà per certo ormai da ben più di un decennio e se nei primi anni il dato che più colpiva era il prodigioso aumento annuale a due cifre del PIL, in questi ultimi anni gli osservatori hanno evidenziato come il governo cinese stia portando avanti una diversa strategia di espansione complessiva al di là del dato del PIL, che peraltro nell’ultimo decennio sembra essere arrivato sostanzialmente in un “plateau” di crescita.

La Repubblica Popolare Cinese sta giocando su numerosi tavoli, da quello commerciale nel quale sta riuscendo ad imporsi come la manifattura del mondo a quello finanziario nel quale acquistando titoli di debito pubblico intende egemonizzare i paesi più fragili fino ad arrivare al “land grabbing” che descrive l’acquisto massivo e a basso costo di vaste estensioni di territori nel Terzo Mondo.

Appare chiaro come sia la disponibilità di enormi capitali finanziari a rendere possibili queste politiche egemoniche. Un tempo sarebbe stato dissonante associare ad un regime comunista questo tipo di approccio economico-finanziario alla politica estera, ma secondo molti osservatori di fatto la realtà degli ultimi anni fotografa una situazione nella quale la Cina si muove sfruttando le proprie risorse economiche e tecnologiche sfidando per la leadership globale l’altro “capitalismo politico” quello statunitense, come teorizzato da Alessandro Aresu in “Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina”.

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La crescita della Cina grazie ai colossi della tecnologia

Gli Stati Uniti, si sono trovati a dover proteggere la loro indiscussa  (fino ad ora) leadership tecnologica globale dall’impetuosa crescita cinese che in pochi anni ha dato vita a colossi tecnologici e digitali come Huawei,  Alibaba e Tencent.

Pur avendo una storia completamente diversa, i due giganti globali hanno sviluppato aspetti comuni che li qualificano entrambi come “capitalismi politici”, cioè due assetti statuali basati su un ruolo centrale degli apparati burocratici. Se la tecnostruttura burocratica statunitense è legata alla necessità così avvertita della “homeland security” gestita a livello federale e dalle aziende private che storicamente vi ruotano intorno, quella cinese più o meno direttamente una continuazione del millenario mandarinato è inestricabilmente legata alla burocrazia del Partito Comunista Cinese, che nel ruolo di partito-stato controlla anche le imprese private strategiche attraverso quote azionarie “segnaletiche” nell’ottica della tutela dell’interesse e della sicurezza nazionale.

La pandemia globale in atto ha evidenziato ed acutizzato un processo di scontro crescente tra i due competitor globali sulla faglia della leadership tecnologica (vedi il caso Huawei), provocando un riflusso “nazionale” delle multinazionali hi-tech arruolate di fatto dai rispettivi paesi per questa “tech war”.

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