A cura di Alessandro Pendenza

Quante volte avete sentito descrivere nei programmi tv o sui quotidiani l’Europa, intesa come Unione Europea, come “un gigante economico e un nano politico”? Nei piani della leadership della Commissione Europea le cause di questa iconica e realistica descrizione della capacità di interdizione politica dovrebbero essere superate.

Il condizionale è d’obbligo in quanto, come la storia (seppur breve) delle istituzioni comunitarie ha mostrato la debolezza nelle relazioni internazionali ha cause storiche. Le cause risiedono nella difficoltà di trovare una sintesi tra le strategie divergenti e gli interessi nazionali delle singole nazioni sotto un unico ombrello. L’Alleanza Atlantica e il modello della concertazione preventiva tra alleati è stato da più di settant’anni un pilastro della politica estera dell’Unione Europea. Questo modello è andato in crisi dopo il 1991 e la fine dell’URSS, per poi lentamente deteriorarsi nei successivi venti anni fino quasi a deflagrare in tutte le sue contraddizioni durante gli ultimi anni.

Complice la crisi economica globale degli anni dieci e la crescita dell’attivismo politico di Cina e Russia, l’amministrazione americana ha chiesto agli europei un contributo economico maggiore nella NATO e soprattutto una maggiore fedeltà nelle guerre commerciali contro Pechino. L’Unione Europea ed i suoi membri si sono trovati così tra due superpotenze alle quali era difficile opporre una presa di decisione definita. Questo anche a causa della dipendenza tecnologica

La contingenza della politica estera, movimenti politici di rottura che dilagano in tutta Europa nel nome del sovranismo e per ultima la pandemia COVID-19 hanno spintoi policy makers europeiverso l’abbandono del tipico “soft power” europeo per coltivare l’ambizione di raggiungere una sovranità sulle strategie tecnologiche. Nella sua Agenda per l’Europa, la Presidente della Commissione Ursula Von der Leyen, infatti, ha affermato che “non è troppo tardi per raggiungere la sovranità tecnologica in alcuni settori tecnologici critici”, come AI, il calcolo quantistico e la blockchain.

La sovranità tecnologica non ruota solo sulla mera questione della proprietà di brevetti strategici e ad alto potenziale innovativo o di capacità del sistema industriale europeo di creare la nuova “big thing” , ma coinvolge anche aspetti crescenti di sicurezza nazionale. Questo lo si è capito chiaramente nel 2013 all’epoca dello scandalo del controllo delle conversazioni telefoniche di leader occidentali da parte della NSA statunitense fino ad arrivare allo sviluppo del 5G cinese di Huawei che di fatto rischierebbe di consegnare il controllo della connettività d’avanguardia delle reti europee alla Cina.

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L’Europa verso il recupero della sovranità digitale. Ma in che modo?

Da marzo scorso poi con la pandemia COVID 19 la crucialità della sovranità tecnologica estesa ed intesa come sovranità tecnico-scientifica si è resa evidente anche al grande pubblico quando la corsa alla creazione di tecnologie e strumenti in grado di controllare e mitigare gli effetti della pandemia è diventata una questione nella quale ci si è trovati costretti a dover ragionare a livello di “stato-nazione” in quanto anche la solidarietà europea ha tardato a manifestarsi. La dipendenza da materie prime critiche e alcune catene del valore ha portato ad un nuovo livello di consapevolezza ed ha acceso il faro dell’opinione pubblica sulla centralità delle tecnologie e dei processi digitali, non solo nell’ambito del miglioramento delle condizioni di vita delle persone, ma anche per tutelare gli interessi degli stati comunitari.

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