L’estrazione di criptovalute, più comunemente chiamato “mining”, è una delle attività digitali più in voga e redditizie al momento.

La sua pratica prevede l’impiego di un grande numero di componenti hardware sotto costante lavoro ed in poco tempo, complice anche la situazione COVID-19, ha portato all’esaurimento di componenti informatici presso molti rivenditori, tra cui le schede grafiche in primis.

Nonostante Il valore del bitcoin negli ultimi anni abbia subito parecchie oscillazioni all’interno del mercato, complici anche i recenti annunci di Elon Musk, e parallelamente, la criptovaluta Ethereum sia in ascesa, il Bitcoin rimane ancora tutt’oggi al centro di molte attività di mining. La sua estrazione è però un processo complicato e “particolarmente dispendioso dal punto di vista del consumo energetico”.

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Il mining è un’attività dispendiosa

Un team di ricercatori dell’Università di Cambridge ha redatto uno studio dove viene dimostrato come, in particolar modo, l’estrazione della criptovaluta “Bitcoin” sia un’attività dall’altissimo consumo energetico.

Il team si era già occupato dello sviluppo del Cambridge Bitcoin Electricity Consumption Index, ovvero un indice che misura la quantità di energia impiegata a livello globale per il mining della criptovaluta. L’indice ha stimato che l’attività di mining consuma 121,36 terawattora (TWh) di corrente elettrica, ovvero idealmente quanto l’intero paese dell’Argentina.

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