A cura di Vincenzo Paduano

Qualche settimana fa l’azienda Neuralink di Elon Musk — cofondatore di Paypal, SpaceX, Tesla — ha presentato la prima versione del proprio prodotto di interfaccia neurale, chiamato Link, con una diretta molto anticipata e che aveva generato non poco hype.

L’idea è quella di realizzare un collegamento diretto tra il cervello umano e un calcolatore; collegamento che servirebbe per inviare segnali di monitoraggio e comandi alla macchina, ma che sarebbe anche bidirezionale, potendo dunque inviare segnali di risposta al cervello.

Il prodotto promette di poter curare diversi tipi di patologie o condizioni derivanti da problemi nella comunicazione nervosa tra il cerebro e gli altri distretti corporei, quali ad esempio cecità, sordità, paralisi.

Potrebbe anche essere usato per problemi strettamente cerebrali, quali perdita di memoria, ictus, o condizioni quali depressione, dipendenze, disturbo ossessivo compulsivo (che dipendono, ricordiamolo, da uno sbilanciamento biochimico, dunque un problema prettamente organico).

Ancora, potrebbe essere utilizzato non solo per risolvere problemi ma per andare oltre e aumentare le capacità umane, ad esempio permettendo di comandare arti meccanici, di comunicare direttamente con un calcolatore, o di effettuare una trasmissione di informazione da un individuo all’altro da cervello a cervello.

Ora, tutti questi condizionali non sono affatto privi di fondamento, anzi; l’ultima decade ha visto una esplosione nello sviluppo di interfacce cervello-macchina, alcune invasive, altre no; ed è già stata dimostrata la fattibilità di molti dei “claim” fatti da Musk, quali cura di paralisi, controllo di arti robotici con la mente, modulazione dei segnali neurali per combattere la depressione, registrare l’attività nervosa dietro memorie semplici, collegamento di più menti umane in una rete di cervelli per collaborare a risolvere problemi di vario tipo, e così via.

Musk nella demo si sbilancia anche nel suggerire che il Link potrebbe essere utilizzato in futuro per rivedere i propri ricordi come se si stesse proiettando un film, o addirittura per riversarli in un computer e farne letteralmente un backup.

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Neuralink, applicazioni e ottimizzazione: presto al via con la sperimentazione umana

Se queste ultime, per quanto verosimili, sono probabilmente molto al di là da venire, tutte le altre applicazioni sono possibili e Musk vorrà partire presto con una sperimentazione umana.

Come detto, vi sono altri prototipi simili; quindi se anche il Link non rappresenta una novità assoluta come concetto, è invece attualmente quello con maggiore risoluzione, avendo 1024 canali di contatto per registrare altrettante aree cerebrali; al secondo posto c’è il dispositivo della Neuropixel con 960 canali, utilizzato soprattutto in ambito di ricerca.

Una delle caratteristiche che a Musk interessava più di tutte, però, è stata la “facilità di utilizzo”, ovvero la facilità di impianto. Il Neuralink è infatti un dispositivo invasivo; per rendere il proprio utilizzo “user friendly”, è stata progettata una procedura meccanizzata d’impianto, che è più precisa di un chirurgo umano, e che riesce ad impiantare i canali del dispositivo evitando i vasi sanguigni cerebrali, e dunque il pericolo di sanguinamento derivante da una perforazione accidentale.

Nella versione finale, tale attrezzatura robotica dovrà automaticamente rimuovere un pezzo di cranio, inserire gli elettrodi, e sostituire il pezzo rimosso con il dispositivo vero e proprio. Quest’ultimo ha robustezza e proprietà fisiche simili a quelle dell’osso che sostituisce, quindi rimpiazzandolo al meglio.

Lo stesso dispositivo è stato ottimizzato per la trasmissione di dati; poiché avviene in modalità wireless, il team di sviluppo ha dovuto risolvere dei problemi riguardanti la durata della batteria, che in un dispositivo così piccolo può durare ben poco, visto che la trasmissione dati è esosa in tal senso, e anche evitare fenomeni di surriscaldamento.

Il Link quindi invece di trasmettere tutta l’attività cerebrale, assieme alla quale viene anche rilevato del rumore, che aumenta la quantità totale di dati, trasmette solo delle forme caratteristiche dei segnali neurali. In pratica filtra solo i dati di interesse, e trasmette soltanto quelli. Da questo punto di vista è quindi possibile monitorare solo le forme di interesse, ovvero solo il tipo di attività neuronale di interesse.

I dati vengono poi inviati a dispositivi esterni tramite connessione Bluetooth, allo scopo di monitoraggio o analisi.

Grazie a quanto sopra, la batteria ha una durata notevole: l’intera giornata, e il dispositivo viene poi ricaricato per induzione durante il sonno.

Il problema del surriscaldamento viene invece risolto da un sensore interno di temperatura, che scollega il dispositivo se sale oltre una certa soglia.

Nella versione iniziale il dispositivo avrebbe dovuto essere alloggiato di fianco all’orecchio del portatore, similmente a un apparecchio acustico, ma Musk non ne era soddisfatto perché sarebbe stato visibile.

La versione presentata invece viene alloggiata all’interno della parete ossea superiore del cranio, risultando praticamente invisibile sotto la capigliatura. “Potrei avere un Neuralink adesso, e non lo potreste sapere” ha dichiarato Musk a proposito.

Non solo: se il portatore decidesse di non volerlo più, il dispositivo è completamente rimovibile senza conseguenze.

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