Fonte: Andrea Muratore – “Dati, innovazione, sicurezza nazionale: le nuove frontiere dell’impero tecnologico statunitense” – 7 settembre 2020.

A cura di Paola Chiara Tolomeo

“I giganti digitali americani degli Stati Uniti sono tra i “vincitori” della pandemia, nella cronologia provvisoria in cui viviamo. In sintesi, siccome la nostra vita digitale influenza l’ambito sociale, commerciale, industriale, ancor di più oggi, circolano più soldi e ci sono aspettative maggiori. Soprattutto se guardiamo al futuro e alla trasformazione di alcuni settori. Poi possono esserci variazioni tra le piattaforme e anche momenti di “esuberanza irrazionale” scatenati da alcuni attori. Per esempio, la stessa Softbank (cfr. https://www.ft.com/content/75587aa6-1f1f-4e9d-b334-3ff866753fa2) di Masayoshi Son, l’uomo col piano trecentennale di cui ho parlato nel mio libro sul capitalismo politico”.

Così Alessandro Aresuconsigliere scientifico di Limes e autore del libro Le potenze del capitalismo politico: Stati Uniti e Cina (La nave di Teseo, 2020), ha commentato le prospettive dei campioni digitali statunitensi, in un’intervista rilasciata a Osservatorio Globalizzazione.

Come evolve il rapporto con la politica? Per esempio, Google paga i suoi lobbisti, perché ha soldi per farlo. Google si fa i suoi esperti sull’etica, sull’intelligenza artificiale. Zuckerberg avvia il suo comitato in cui dice “il bene di Facebook è uguale al bene della sicurezza nazionale degli Stati Uniti.” Come una volta General Motors. Gli interessi evolvono, secondo diverse epoche di maturità e di ipocrisia nella comunicazione. E tali interessi vengono diffusi pagando”.

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Sicurezza e strategia

Aresu ha, quindi, commentato il ruolo di alcuni potenti miti, e a volte favole, su tecnologia e società.

 “È questo il caso del “mito” libertario del web. In Italia è stato raccontato nel libro di Baricco “The Game”, che peraltro trovo molto ben scritto. Ma è bene seguire di più le prospettive di chi studia al meglio il rapporto tra tecnologia e società, come fa in Italia e all’estero Juan Carlos de Martin. Lo sviluppo tecnologico degli Stati Uniti, dall’Ottocento al Novecento, è ben poco libertario: è una storia di enormi investimenti in conoscenza, di grandi imprese, di infrastrutturazione, di corporazioni di ingegneri, di apparati militari e di sicurezza. Ci sono intere biblioteche su questo mentre è per ragioni di propaganda che si è creata la consolante favola della tecnologia libertaria”.

Rispetto alla grande impresa, i giganti tecnologici hanno una certa indipendenza strategica. I loro processi non sarebbero stati pienamente delegati alle società di consulenza. Hanno risorse materiali, quindi possono pagare il personale, e fare il prezzo, e sono conglomerati, in alcuni casi anche tecnicamente, come Samsung, mentre, in altri casi, la loro ideologia si fonda sul potenziale ingresso in settori strategici.

 “Sono le antenne della ricerca e del trasferimento tecnologico a preparare un Paese a essere soggetto e non solo oggetto delle discontinuità, quel modo di stare al mondo che gli Stati Uniti definiscono “prevenire le sorprese”. Quando queste antenne si perdono per strada, si perdono anni preziosi e non si recupera più” Il mantenimento del controllo rimane tra i fattori di maggior incidenza, come è stato per le “armi” dell’università, della ricerca e del trasferimento tecnologico che non sono mai state abbandonate dagli Stati Uniti (anche se con una crescente incidenza di investimenti privati).

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